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LA FRANCIA E’ NUOVO KLONDIKE

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repubblica.it

PARIGI – Sembra di essere tornati indietro di mezzo secolo. Anni dominati dalle miniere: con centinaia di uomini piegati sui picconi, le facce annerite dalla polvere, le mani dure come pietre, il fisico asciutto, quasi scheletrico, sorretto da fasce di muscoli che si formavano in ore di lavoro. In profondità, nelle viscere della terra. Per cercare rame, ferro, zinco, piombo e carbone.

Adesso si ricomincia. In Francia è scattata la nuova corsa all’oro. Dozzine di domande per le licenze di estrazione sono state consegnate al ministero dell’Ambiente che, di concerto con quello dell’Industria e dell’Economia, ha deciso di aprire una nuova stagione per la ricerca del vecchio, caro metallo rimasto incastrato tra gli strati del sottosuolo.

Sei delle richieste sono già state accordate. Riguardano i vecchi siti minerari chiusi 25 anni fa in Bretagna, nel Massiccio Centrale, nella Sarthe, l’Anjou, la Creuse e la Loira Atlantica. Regioni della Francia rurale che a parere degli esperti dell’Ufficio delle ricerche geologiche e minerarie (Brgm) conservano ancora filoni di oro mai strappato alle viscere della terra. Le licenze concesse hanno cinque anni di validità e possono essere rinnovate per altre due volte: il tempo necessario a svolgere dei sondaggi e dei carotaggi fino a 300 metri di profondità su una superficie che si estende per un raggio di 400 chilometri.

Non si tratta di una scelta improvvisata, magari sospinta dalla crisi che anche qui attanaglia le industrie minerarie. E’ stato lo stesso governo a sollecitare le domande convinto che il vecchio Esagono, come è chiamata la carta geografica francese, possa ancora nascondere delle vene aurifere mai sfruttate. Dietro questa nuova professione di tipo industriale, alleggiano una precisa volontà politica e la certezza geologica che il sottosuolo sia ancora “ricco e paradossalmente ancora inesplorato”, come afferma Jean-Claude Guilleneau, direttore del Brgm.

Squadre di tecnici sono al lavoro attorno e dentro le bocche delle miniere dismesse e già sfruttate.  Prima di attaccare la superficie si svolgono delle analisi fino a 100 metri di profondità: solo davanti a risultati concreti si procede con i sondaggi e si capisce se vale la pena aprire una miniera. “Sappiamo che esiste ancora oro”, spiega il geologo, “la vera difficoltà è stabilire in che quantità.”. Dai primi esami si è accertato che il metallo individuato ha un alto grado di purezza: 90 per cento di oro e 10 di argento.

I vantaggi rispetto al passato sono legati alla tecnologia. Gli strumenti di analisi e carotaggio consentono un lavoro in superficie e i risultati sono precisi. I geologi che si aggirano tra le campagne e i paesini della provincia francese sono armati di gps, cucchiai e sonde motorizzati. Nulla a che vedere con i vecchi rabdomanti, un tempio considerati alla stregua di sciamani, capaci di individuare le falde acquifere con i loro pendolini e legni biforcuti.

Il rischio esiste ed è legato al tempo. Ci vogliono tra i tre e i cinque anni per stabilire l’entità della riserva aurifera. “Di solito”, ricorda Jean-Claude Guilleneau, “su dieci siti esplorati solo due sono convenienti. I costi sono importanti, anche dieci milioni di euro”. Un investimento che si possono permettere solo le grandi industrie. La nuova corsa all’ora è stata lanciata anche per questo: con i diritti pagati dai due successi verranno compensati gli 8 fallimenti.

 

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